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Sentiero Frassati della Campania - Storia PDF Stampa E-mail
Sala Consilina e la sua storia
Sviluppandosi lungo mille metri di dislivello, in un'area della provincia di Salerno (il Vallo di Diano) appartenente all'antica Lucania, quello di Sala Consilina è il primo sentiero dedicato in Italia al beato Pier Giorgio Frassati (23 giugno 1996).
L'inizio di questo percorso è pertanto l'inizio della stessa iniziativa - lanciata dalla Sezione di Salerno del Club Alpino Italiano - d'intitolare al giovane beato torinese un sentiero in ogni regione d'Italia, ed è perciò significativo che tale idea sia stata "tenuta a battesimo" proprio presso un antico fonte battesimale.
Descrizione del percorso
Il "Sentiero Frassati della Campania" parte a quota 478 m, in località "San Giovanni in Fonte", dal battistero paleocristiano di "Marcellianum", unico al mondo per essere impiantato direttamente su una sorgente d'acqua. In età pagana si praticava qui, appunto in corrispondenza di una sorgente d'acqua limpidissima, il culto di "Leucotea" (la dea bianca). Successivamente, con l'avvento della religione cristiana, quello che in origine dovette probabilmente essere un ninfèo fu trasformato (IV sec.) in un battistero che, proprio da questa particolarità architettonica d'essere un tutt'uno con l'elemento acquatico, derivò la specificità, rispetto ad altri, del miracolo che la tradizione - raccolta dal consigliere dell'imperatore Teodorico, Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (nato tra il 485 e il 490 e morto nel 580) vuole si compisse in questo luogo nel "dies sacratae noctis", allorché i catecumeni si radunavano a Marcellianum per ricevere il battesimo per immersione: "Quando il sacerdote nella notte sacra incominciava a pronunziare le parole del battesimo e dalla santa bocca uscivano le formule originarie, ecco che l'onda, sollevandosi, non rivolgeva le sue acque per i soliti meati, ma ne spingeva la massa verso l'alto: solitamente l'acqua ricopriva cinque gradini, ma in quel momento la si vedeva crescere di altri due" (trad. di Luigi PICA). All'invocazione dello Spirito Santo l'acqua della vasca battesimale di "Marcellianum" si alza, dunque, di livello, a significare che lo Spirito Santo, penetrandola, l'ha resa feconda e pertanto capace - come un enorme utero miracoloso - di partorire uomini nuovi, i cristiani appunto. La particolare suggestione del rito battesimale per immersione che si compiva a "Marcellianum" fece esclamare a Cassiodoro: "Anche la Lucania ha il suo Giordano!".

Proseguendo per strada sterrata in direzione di Sala, con deviazione a destra nei pressi della discarica comunale (che per ora si costeggia - purtroppo - lungo il lato d'ingresso) in circa mezz'ora si raggiungono i ruderi del monastero di Sant'Angelo in Fonti (XIV sec.) il cui residuo di torre, ergentesi superbo tra rada vegetazione, dà perfettamente l'orientamento sin dalla partenza.
Il monastero - nel quale erano ben fusi il romanico della struttura ed il gotico degli ornamenti - ospitò nella prima metà del '300 una comunità di monache cistercensi dell'ordine di san Bernardo, santo particolarmente caro, oggi, agli alpinisti per esserne il patrono. Il luogo è particolarmente importante perché lì si trova una spelonca (quota 560 m) un tempo adibita a culto dai primi cristiani, che vi si rifugiavano a causa delle continue e ostinate persecuzioni. E fu da quella spelonca che, per la gente di Sala, ebbe inizio - in maniera non dissimile da quanto riscontrabile in altre località del Meridione - quel culto micaelico che più tardi si sviluppò nel pieno della luce del colle della Balzata, sul quale si edificò e si accrebbe negli anni un vero e proprio santuario dedicato all'Arcangelo Michele.

Ed è appunto lassù (a quota 986 m) che, in circa due ore e mezzo, conduce il nostro "Sentiero Frassati". Ai tornanti asfaltati che da qualche decennio hanno fagocitato l'antico percorso dei pellegrini esso preferisce un desueto percorso, lungo il versante prospiciente Padula, che ha il pregio di farci ancor oggi rivivere l'emozione di raggiungere il santuario calpestando la nuda terra.
La leggenda e l'arte
Secondo la leggenda, il culto dei salesi per l'Arcangelo Michele sul colle della Balzata risalirebbe al XIII secolo, ma è solo con gli inizi del '700 che prende vigore e s'intensifica a seguito di un evento miracoloso del quale il visitatore d'oggi è subito reso partecipe dall'iscrizione, posta sull'intradosso del santuario, che - svolta dal latino - così recita: "Questo tempio, celeberrimo in quasi tutto il territorio circostante, è consacrato a San Michele Arcangelo. Forestiero, anche se hai fretta, sii veneratore umilissimo, perché qui dall'anno 1715 la mirabile virtù del Principe degli angeli si mostrò con nuovo miracolo: più volte, infatti, durante le solenni celebrazioni si manifestò in modo straordinario con prodigiosa scaturigine di umore dalla sua mirabile antica effigie dipinta su un'asciutta parete".
L'affresco, forse di mano cinquecentesca, che raffigura l'Arcangelo Michele in atteggiamento di "psicopompo" (con una bilancia nella mano sinistra e nella destra una lancia che conficca nella gola del Maligno) è ancor oggi visibile nell'abside dell'originario "Cappellino", inglobato poi - nel XVIII secolo - dall'attuale santuario a tre navate con archi a tutto sesto. Ai due lati dell'Arcangelo Michele recenti restauri hanno riportato alla luce le figure dell'Arcangelo Gabriele e della Madonna Annunziata, secondo un particolare schema iconografico un tempo presente anche nella Sacra di San Michele, in Val di Susa.
La bella statua lignea (1832) - che raffigura l'Arcangelo quale "guerriero di Dio", con spada elmo e corazza vittorioso su Lucifero ("Quis ut Deus?") - secondo un'usanza comune a tantissimi santuari del Meridione, dimora in cima al monte per tutto il periodo di buona stagione: vi viene, infatti, portata a primavera appena iniziata - l'8 maggio - per restarvi fino ai primi giorni d'autunno, allorché - il 29 settembre - fa ritorno nella chiesa dell'Annunziata, in pieno centro cittadino.
Il panorama e il clima
Dal piazzale antistante il santuario lo sguardo domina su tutta la parte centromeridionale del Vallo di Diano che, per la frazionatissima proprietà terriera - volta a tipologie e tempi di coltura diversi - sembra ammantato d'un vestito d'Arlecchino. Dalla corona di monti che sulla valle s'affaccia (e forse un tempo, quando laggiù era tutta un'immensa palude, fors'anche si specchiava) spiccano le cime - spesso innevate fino al sopraggiungere dell'estate - del Cervati e del Sirino.
Ma poi lo sguardo si ferma a nord, verso la montagna incombente proprio dirimpetto all'ingresso del santuario: visto così dal basso sembrerebbe proprio il monte più alto della dorsale della Maddalena, come del resto lo stesso toponimo - Sito Alto - lascerebbe intendere. Lassù, a 1.467 metri, la pietà popolare da tempo immemore onora la Vergine (la "Marònna ri la Sit'Auta") in un'umile cappella, che dalla piccolezza della nostra condizione umana prende le dimensioni e dalla maestosità del panorama su cui s'affaccia prende l'ampiezza dell'abbraccio misericordioso nel quale, pellegrini, ci accoglie.
Dal santuario di San Michele, in circa tre ore il "Sentiero Frassati" ci conduce a Sito Alto attraverso un percorso diverso da quello dell'ordinario pellegrinaggio che due volte l'anno - il martedì dopo Pentecoste e alla vigilia dell'Assunta - vede diverse centinaia di salesi ascendere il monte dal versante ovest, partendo dal centro cittadino. Eppur tuttavia anche quest'inedito itinerario, che aggirando il monte Schiavo ci porterà in vetta dal versante opposto, ha una sua valenza storico-antropologica, giacché era proprio questo il percorso che conduceva a quei terrazzamenti d'alta quota che - coltivati ancora negli anni immediatamente successivi all'ultimo dopoguerra - costituivano un po' il simbolo di un'economia agraria che non poteva permettersi di lasciare abbandonato neppure il più sperduto lembo di terra coltivabile.
Il percorso è per la maggior parte ombreggiato, e si scopre giusto nel tratto finale, quando ci si immette sul "Sentiero dei pellegrini" e finalmente si gode la vista, sempre più prossima, della piccola cappella.
Durante l'ascesa al primo martedì dopo Pentecoste, in prossimità della cima e d'uso intonare l'inno "Ebbiva Maria del Monte sacrato", mentre poi, una volta giunti alla cappellina, accompagnati dal suono di organetto e zampogna, i pellegrini vi girano intorno tre volte seguitando nel canto: "… e ggiràmu nduòrnu nduòrnu, fànni ghràzzia o Marònna".
All'interno della cappella è custodita la statua della Vergine col Bambino, che essendo di pietra non può godere del "privilegio" di "svernare" in paese, e perciò la pietà popolare ha aggiunto una terza salita al monte - la terza domenica di ottobre - per … avvolgere la Madonna nella lana!
Dalla vetta di Sito Alto lo sguardo spazia nell'orizzonte a 360 gradi, sicché alle già ammirate cime del Sirino e del Cervati si aggiungono quelle degli Alburni, dei Picentini e poi, nuovamente verso la Lucania, dei complessi montuosi del Vulture, dell'Arioso-Pierfaone e del Volturino; ma nelle giornate terse si vedranno anche le calabre vette del Pollino e dell'Orsomarso.
Per il ritorno si propone di percorrere il "Sentiero dei pellegrini", che in circa due ore conduce all'antico fortilizio (819 m), dominante la città di Sala, che fu prima normanno, poi svevo ed infine dei Sanseverino. Da lì, attraverso due alternativi sentieri, in non più di mezz'ora si raggiunge il centro abitato o dal lato nord - quello di San Leone, Sant'Eustachio e Santo Stefano - o dal lato sud - quello di San Pietro. In entrambi i casi il percorso avrà termine nella centrale piazza Umberto I (614 m), dove classicamente s'affacciano il Municipio e la chiesa del Patrono San Michele (benché dedicata all'Annunziata).
 

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